Contro il narcotraffico la “cannabis light” fa molto di più di Salvini

La “cannabis light” – cioè tutti i prodotti, di diverso utilizzo, venduti negli shop nel mirino del ministro Salvini – hanno un contenuto di THC (la componente “drogante”) inferiore allo 0,6% e la legge italiana ne ha autorizzato la commercializzazione proprio perché le sue caratteristiche non ne giustificano la proibizione, neppure in una logica strettamente proibizionista.

Il successo di questo prodotti non ha procurato alcun danno alla salute degli italiani, ma un indubbio vantaggio dal punto di vista economico e nel contrasto del mercato illegale. Il mercato della cannabis light oggi occupa in Italia 10.000 addetti e coinvolge circa 1500 imprese e uno studio pubblicato sull’European Economic Review stima che la cannabis light ha ridotto sensibilmente sia i volumi (-14%), sia i profitti (da 90 a 170 milioni in meno) del mercato criminale.

Il che dimostra che la legalizzazione – anche nella forma light – è l’unica valida strategia di repressione del narcotraffico e che la sostituzione dell’offerta criminale con quello, che è poco più di un surrogato simbolico dell’hashish e della marijuana, ha un impatto nettamente superiore a quello di decine di migliaia di agenti sguinzagliati nelle strade e nelle piazze di tutte le città italiane.

Come a quasi tutti i proibizionisti ideologici, anche a Salvini non importa nulla né della droga, né dell’antidroga, ma solo dell’impatto simbolico che la lotta agli spacciatori regala agli “uomini forti” di qualunque regime politico. Anche a quelli, come i leader talebani, che impiccavano in piazza, con cerimonie esemplari, i presunti trafficanti e insieme producevano per tutto il mondo, con vere e proprie piantagioni di Stato, tonnellate e tonnellate di papavero da oppio.

Condividi