Contro il populismo giudiziario, sostegno al Manifesto dei penalisti italiani

Venerdì e sabato a Milano, l’Unione delle Camere penali italiane ha presentato il “Manifesto del diritto penale liberale e del giusto processo”, che oltre a ribadire una serie di riforme essenziali (a partire dalla separazione delle carriere dei magistrati), e a denunciare la deriva programmaticamente antigarantista della legislazione penale, individua correttamente nel populismo giudiziario il precursore e l’incubatore del populismo politico e quindi collega la difesa dello stato di diritto in materia penale con la difesa della democrazia tout court.

Giusto processo e democrazia liberale hanno gli stessi presupposti e, inevitabilmente, gli stessi nemici, a partire da quelli – Lega e M5S – che da un anno governano la politica e la giustizia italiana. Nel messaggio di sostegno all’iniziativa dei penalisti italiani, inviato al Presidente dell’UCPI, Giandomenico Caiazza, Emma Bonino ha confermato e supportato questa analisi, scrivendo, tra l’altro: “Anche la crisi della democrazia rappresentativa, descritta come usurpatrice della vera volontà popolare, è un fenomeno interno alla crisi della cultura liberale che proprio sul piano del diritto penale ha avuto in passato, e sta avendo in questi anni, le manifestazioni più eclatanti.

La progressiva rottamazione di istituti e principi considerati troppo “garantisti” – da ultima la prescrizione – non ha affatto reso l’Italia un Paese più onesto, più libero e più sicuro, ma ha reso le inchieste e i processi più incivili e condizionati dai professionisti dell’emergenza. E viene quasi da sorridere – ma amaramente – vedendo in questi mesi i partiti di governo, così inclini alla giustizia di piazza, recitare tutte le parti in commedia – da quella giustizialista a quella ipocritamente garantista – a seconda che la sorte o le inchieste li pongano sul banco degli imputati o sugli spalti degli accusatori.

Per poi concludere, concordemente con la tesi sostenuta dai penalisti italiani: “Il diritto penale o è liberale, o non è. Se viene meno qualunque argine liberale imposto all’esercizio del potere più ‘potente’, quello che limita la libertà altrui, del diritto penale rimane solo la ‘pena’, ma viene meno il ‘diritto’.

D’altra parte, la cultura panpenalistica che ha teorizzato la surrogazione del potere politico e la sua “moralizzazione” da parte del potere giudiziario e, più in generale, l’attribuzione alla legge penale dell’obiettivo di perseguire determinati valori sociali, oltre a essere un’illusione potenzialmente totalitaria, implica una palese violazione del principio della divisione dei poteri, che nella retorica della maggioranza – sui temi della sicurezza, come su quelli della corruzione – ha ormai cessato di essere un principio costituzionale insormontabile, per diventare un canone derogabile in caso di necessità o per interessi “superiori”. Ovviamente in nome e per conto del “popolo”.

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