Il bilancio dell’Ama e Monnezza Capitale

Lo scandalo delle pressanti richieste del sindaco Raggi all’ex Ad dell’Ama Bagnacani è politico, molto prima che giudiziario. Anche se oggi la prima cittadina della Capitale sostiene il contrario, cioè che le sue pressioni non servissero ad addomesticare, ma a rendere conforme e veritiero il bilancio della società municipale, la vicenda fa emergere due caratteri intrinseci del rapporto malato tra comuni e aziende di servizio, di cui i comuni stessi sono “padroni” (in quanto azionisti) e clienti (in quanto rappresentanti degli utenti: in questo caso dei cittadini romani).

Per dirla in modo “popolare” non si sa se Roma faccia schifo perché Ama fa da schifo il proprio lavoro, ma risulta irriformabile perché costituisce in primo luogo un carrozzone politico indispensabile per gli equilibri di consenso del Campidoglio o perché l’amministrazione capitolina non metta Ama in condizione di farlo diversamente, dovendo gestire le società con un occhio attento innanzitutto a compatibilità politiche, che poco hanno a che fare con la qualità del servizio.

In un caso o nell’altro, la radice del problema sta nel conflitto di interessi di un amministrazione dissestata che ha pochissime risorse, ma intende usare le poche disponibili per compare consenso: quello dei dipendenti Ama, che possono lavorare poco e male, o quello dei cittadini romani, che preferiscono affogare nei rifiuti piuttosto che mettere in discussione un sistema malato, che continua a assicurare rendite garantite ai 60.000 dipendenti diretti e indiretti di Roma Capitale e alla fitta rete di interessi che ruotano attorno all’amministrazione.

Insomma, l’ennesimo scandalo dell’Ama rimanda allo “schifo politico” di Roma, che precede e consente lo scandalo di Monnezza Capitale, di cui quasi ogni cestino e cassonetto romano e ogni angolo di strada rappresentano una testimonianza eloquente.

L’unica riforma davvero strutturale di cui Roma avrebbe bisogno sarebbe quella di spezzare questo legame non solo illegale, ma “costituzionale”, tra affari e politica. L’unico tentativo serio fatto negli ultimi anni, quello del referendum sulla liberalizzazione del servizio di trasporto pubblico urbano, è finito come è finito. E il partito assistito dal sacro crisma dell’o-ne-stà continua a muoversi a Roma secondo la logica parassitaria e affaristica che ha reso Roma lo schifo che è.

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