Il salario (anche quello minimo) non è una “variabile indipendente”

La concorrenza a sinistra tra PD e M5S in questa campagna elettorale si gioca in primo luogo sul terreno del “salario minimo legale”. Come è accaduto nel caso del cosiddetto “reddito di cittadinanza”, che è stata la versione domestica e ideologica di un istituto di protezione sociale universale presente (e discusso) in altri sistemi di welfare, il rischio – anzi, molto più del rischio, vista la deriva della discussione – è che se ne parli in modo astratto e miracolistico, come di una rivoluzione a costo zero e a portata di mano: cosa esclusa anche dai politici e dagli studiosi più avveduti.

Il salario minimo legale non è e non può essere la versione contemporanea del salario “variabile indipendente”, secondo la definizione data dall’allora segretario della CGIL Luciano Lama nel 1978. Non serve a stabilire per legge che chi guadagna di meno debba guadagnare di più, ma a rimediare all’inefficienza di modelli di contrattazione collettiva, a fronte dello scarso potere negoziale di alcune parti. Un salario minimo legale indipendente però dalla produttività e dalla sostenibilità dei salari per il sistema produttivo avrebbe effetti opposti rispetto a quelli che si prefigge. Aumenterebbe il lavoro nero e la disoccupazione innanzitutto nelle fasce del lavoro povero e dequalificato, che intende invece proteggere.

Si tenga presente che il salario minimo legale in Paesi come Francia e Germania è pari al 50/60% di quello mediano. Il che significa che in Italia si aggirerebbe tra i 6 e i 7 euroe sarebbe inferiore ai minimi della gran parte dei contratti collettivi, che però nella realtà sono spesso aggirati e derogati. Spostare il salario minimo molto vicino a quello mediano non avrebbe l’effetto di “appiattire” i salari, ma di spostare il lavoro povero e dequalificato fuori dal sistema contrattuale.

Inoltre il salario minimo legale dovrebbe avere come effetto quello di depotenziare o circoscrivere, se non proprio di superare, il ruolo del contratto collettivo nazionale sugli aspetti economici e non normativi del rapporto di lavoro. Cosa che potrebbe anche essere positiva, ma che comporterebbe una parziale “privatizzazione” della contrattazione, invece esclusa dai sostenitori del salario minimo.

Insomma, di salario minimo si dovrebbe parlare, ma in modo tutto diverso, non come di uno strumento redistributivo, perché i salari non sono strumenti di redistribuzione economica, ma di remunerazione del lavoro.

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