La Libia, il porto sicuro

Quanto sta succedendo in Libia non è solo la sconfitta della linea perseguita dall’Italia e dalle Nazioni Unite e del progetto di tenere unite e in pace – un po’ con le armi e un po’ con le chiacchiere – “due Libie” in una. E non è solo la dimostrazione che le provocazioni continue agli altri attori del conflitto libico, a partire dalla Francia, non sono sostenibili da parte di un Paese come come l’Italia, la cui sola vocazione internazionale sembra essere quella alla disgregazione nazionalista di qualunque istituzione multilaterale, a partire da quella, l’Onu, che sullo scenario libico, l’Italia aveva occasionalmente alleata.

La marcia di Haftar verso Tripoli e l’ufficializzazione della guerra civile svela il bluff e la vergogna di una politica migratoria appaltata alle stesse milizie che fanno della Libia una piattaforma di quella nuova forma di “traffico di influenze” internazionali che è il traffico di uomini e di donne. Il governo gioca da almeno un anno (e in modo diverso anche prima con Minniti) il suo braccio di ferro con l’Europa facendo leva sull’affidabilità delle autorità di un Paese che non ha alcuna vera autorità legittima e tanti poteri in lotta per il controllo del vero potere, quello petrolifero.

Da più di un secolo l’Italia ha un rapporto complicato e sbagliato con quello “scatolone di sabbia” che ha accesso prima le velleità coloniali e poi le strategie economico-energetiche del nostro Paese e che comunque, per ragioni geografiche, incombe al di là dei nostri meriti e demeriti, con tutte le sue contraddizioni irrisolvibili, a poche miglia dalle coste italiane. Ma le non minori vergogne di cui l’Italia si è macchiata in Libia c’è anche quella di avere preteso di eleggerla a “porto sicuro” e di avere eletto a possibili soccorritori delle vittime della mafia dei barconi i committenti e i pupari degli scafisti.

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