L’annuncio dell’aumento dell’Iva in fondo è una buona notizia

Il ministro Tria ha onestamente ammesso che in assenza di alternative un aumento dell’Iva è inevitabile e l’ennesima sterilizzazione delle clausole di salvaguardia impossibile.

In fondo si tratta di una buona notizia. Non solo dal punto di vista “tecnico”, perché un aumento delle imposte sulle cose (per quanto poco desiderabile) è teoricamente meno distorsivo e meno “antipatriottico” di un aumento delle imposte sui redditi personali e d’impresa, che in Italia hanno già superato il livello di guardia, riducono in modo sensibile l’offerta di lavoro e le scelte di investimento e puniscono unicamente i produttori e le produzioni italiane.

Il cuneo fiscale e il corporate tax rate (cui corrispondono livelli altissimi di evasione tributaria e contributiva) costituiscono emergenze fiscali decisamente più gravi di un possibile aumento dell’Iva e la stessa flat tax, così come descritta da Salvini, appare assai più regressiva e punitiva sui redditi medio-bassi.

Però la ragione per cui questa ammissione e questo annuncio in fondo è una buona notizia è che riporta la discussione politica con i piedi per terra. Le misure “compra-consenso” dell’esecutivo (a partire da quota 100 e dal reddito di cittadinanza) non hanno rilanciato né la crescita né i consumi, hanno gravato il bilancio pubblico di un extra-deficit oneroso e hanno utilizzato i margini residui di flessibilità finanziaria in un modo clamorosamente inefficiente.

L’aumento dell’Iva sarebbe l’annuncio che il re populista è nudo e che la festa e il sortilegio del successo di partiti che comprano i voti di oggi coi bilanci di domani è destinato, inevitabilmente, a finire. Quella che i populisti chiamano “austerità” è semplicemente aritmetica.

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