Niente aiuti, se ospiti migranti. Il razzismo burocratico del Presidente Toti

La Regione Liguria ha deliberato di escludere le strutture ricettive che hanno firmato le convenzioni del sistema Sprar (Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati), finanziato dal Ministero dell’Interno, dagli aiuti regionali per il settore alberghiero.

La motivazione del Governatore Toti è che “chi decide di ospitare migranti pagato dallo Stato” non può accedere ai fondi destinati alla riqualificazione turistica delle strutture.

Il problema, ovviamente, non è dato dalla natura “pubblica” dei ricavi delle strutture ricettive, visto che non risulta che a essere escluse siano strutture che hanno in corso altre convenzioni con comuni, regione, ministeri e aziende pubbliche per una ricettività non turistica. Sono escluse unicamente quelle che ospitano “migranti”. I terremotati italiani sì, i richiedenti asilo stranieri no.

A fare la differenza è unicamente l’identità etnico-nazionale dell’ospite. Quindi quella del governatore ligure è anche dal punto di vista “tecnico” (verrebbe da dire, con amara ironia) una legge razzista. Che, ove venisse mai applicata, cadrebbe in un giudizio costituzionale esattamente per questa ragione, oltre che per altri profili di illegittimità manifesta rispetto alla normativa europea in materia di disciplina degli aiuti alle imprese.

L’aspetto più qualificante (cioè squalificante) di questa scelta non è però nel suo fine discriminatorio, ma nel suo paludamento “efficientistico”. Non c’entrano gli stranieri, per carità! C’entra l’uso corretto dei soldi pubblici!

Insomma, non siamo neppure di fronte alla rivendicazione di una scelta, ma alla sua dissimulazione “amministrativamente corretta”. Siamo di fronte a un razzismo gregario, a una dimostrazione di passiva (e fedele) subalternità al Capitano della malapolitica, al mero adempimento burocratico della discriminante razziale come nuova chiave universale di interpretazione delle questioni economico-sociali. Siamo nello “spirito” dell’Italia che alla fine degli anni ’30 accettò il razzismo di Stato né per volontà, né per convinzione, ma per pura obbedienza alla logica del cose e del potere.

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