Oltre l’autocommiserazione: appunti per un’alternativa repubblicana

Articolo pubblicato il 24 maggio 2018 su Strade.

 

Il Governo Conte segnerà il passaggio alla Terza Repubblica, come dice Di Maio: ne sono convinto anch’io. Non già per le modifiche costituzionali o elettorali, che non ci sono state, o sono risultate di fatto irrilevanti a determinare questo esito, ma per un assetto politico rivoluzionato come e più che nel 1994 e destinato a durare a lungo.

Alcuni pensano che la falsa partenza del Presidente incaricato Conte, con la figuraccia del curriculum e il sostegno a Stamina, o le contraddizioni implacabilmente evidenziate dalla rete possano indebolire il consenso del nascente Governo. Altri ritengono che le prevedibili reazioni dei mercati e dei principali partner europei, insieme all’impossibilità di potere davvero realizzare i termini del contratto “alla tedesca”, al primo segnale economico negativo sgretoleranno le certezze dell’elettorato, invertendo i sondaggi che vedono i gialloverdi ormai verso il 60% dei consensi.

Molti, infine, pensano che la responsabilità del trionfo dei profeti del mondo chiuso sia negli errori dei loro avversari. Cioè che Trump sia “colpa” di Obama o Clinton tanto quanto il governo Salvimaio sia “colpa” di Renzi, Gentiloni o di Napolitano. In quello che resta della sinistra italiana, giornalistica e politica, in molti condividono questa visione e si producono in una delle attività politiche ed intellettuali preferite nel mondo progressista: l’autocritica. Il punto sarebbe che “loro” non hanno saputo parlare alla “loro” gente, non hanno saputo ascoltarne i bisogni e quindi sono stati “giustamente puniti”.

Sinceramente penso che le spiegazioni auto-colpevolistiche del successo populista e le previsioni ottimistiche su un possibile default non solo di governo, ma anche di consenso della coalizione giallo verde siano sbagliate per l’identica ragione, cioè perché ne leggono la matrice ideologico-culturale e le possibili conseguenze politiche secondo canoni “normali”, come se ci trovassimo di fronte a una semplice alternanza tra coalizioni o proposte di governo e non ad una radicale alternativa di sistema.

Non credo che chi ha votato Di Maio o Salvini abbia votato per punire Renzi o Gentiloni di non avere mantenuto tutte le promesse. Ha più semplicemente votato per promesse del tutto contrarie, per valori, fini e in fondo per un’idea della società, della politica e del ruolo del governo considerata più popolare e vicina ai sentimenti della “gente”. Non credo che milioni di persone abbiano votato “tatticamente” per cose diverse da quelle che desideravano pur di punire chi aveva frustrato i loro desideri. Anche questo, a mio avviso, è un riflesso autoreferenziale: ciò che accade non può che essere merito o colpa della sinistra o delle élite mainstream. Ed è un riflesso consolatorio: se è colpa nostra abbiamo la possibilità di redimerci e riconquistare il “nostro” consenso.

Io penso, invece, che gli italiani abbiano votato esattamente per avere quello che avranno: un governo nazionalista ed antieuropeo. Pronto a ridare la pensione a sessant’anni, a garantire reddito e pensione di cittadinanza senza vincoli di spesa e di bilancio, a scommettere sul miracolo di un deficit che produce una crescita sufficiente a ripagarlo, a dichiarare una fuoriuscita unilaterale dalle regole europee. È rispettoso dell’elettorato accettare e leggere l’esito per quello che è, senza cercare interpretazioni di comodo che sminuiscano il valore delle scelte democratiche.

Savona è un plausibile Ministro del Tesoro non per colpa di Padoan, ma perché gli italiani in massa hanno chiesto di mettere mano a una politica contraria. Grillo ripete che l’Unione europea è “un campo di concentramento monetario” e Salvini, che ha candidato gli antieuro Borghi e Bagnai, ha martellato per anni contro la moneta unica come crimine contro l’umanità. Con queste idee, mai nascoste, Lega e M5S hanno superato da sole il 50% dei voti: un ministro come Savona, che ritiene che l’euro sia una gabbia e occorra predisporre un piano di fuga e non abbia tema di mettere nero su bianco che la “Germania non ha cambiato la visione del suo ruolo in Europa dopo la fine del nazismo pur avendo abbandonato l’idea di imporla militarmente” è un fedele interprete della volontà degli elettori.

Che il sovranismo economico monetario sia contro l’interesse dell’Italia è oggi un’idea minoritaria. La rottura di quella che i sovranisti descrivono come una umiliante subordinazione a Bruxelles e Francoforte potrebbe anche comportare gravi rischi di equilibrio istituzionale e di compatibilità costituzionale, su cui il Quirinale e le giurisdizioni preposte dovranno vigilare, perché l’Italia rimane una liberal-democrazia, dove la volontà dell’elettorato – anche quando chiarissima come in questo caso – non può superare la carta fondamentale. Però non c’è dubbio che per gli elettori giallo-verdi anche i vincoli costituzionali sono un impiccio anacronistico, una sorta di trappola con cui i poteri forti hanno disseminato il loro cammino.

Anche le difficoltà dell’azione di governo e le sue battute d’arresto diverranno il pretesto di nuovi alibi cospiratori contro l’Europa e i poteri forti e paradossalmente la dimostrazione della verità dell’analisi populista sul “complotto contro l’Italia”. Il nuovo ordine politico che vede il predominio del blocco giallo-verde sarà battezzato dal suo ideologo principe, Steve Bannon, che incontrerà presto Salvini. Bannon saluta la vittoria dell’ideologia che ha contribuito a plasmare, quella nazional populista e protezionista, per cui gli elettori devono sottrarre gli stati ai governi per “riappropriarsene”.

Dobbiamo batterci il petto e recitare il mea culpa noi, convinti come siamo stati e siamo, che il futuro migliore sia nella libertà delle persone, nell’apertura e nell’integrazione europea? Non mi pare. Credo che dobbiamo lottare per le nostre idee senza complessi: riconoscere di avere compiuto errori gravi, corretto in ritardo scelte sbagliate ma prendere atto che non è stato questo a portarci alla sconfitta, bensì la straordinaria forza magnetica, non imitabile e oggi per gli italiani irresistibile, degli avversari.

Nel triangolo d’oro Padova-Milano-Modena con economie aperte all’Europa e al mondo in forte crescita di fatturati ed occupazione (anche straniera), le forze che hanno sostenuto gli ultimi governi raramente hanno superato il 25% dei consensi. Lega e M5S sono interpreti di una ideologia rivoluzionaria, che propaganda la ritrovata sovranità della nazione contro i mostri sovranazionali, la difesa da una “invasione” islamica e africana e la suggestione maoista del potere direttamente nelle mani del popolo, in alternativa agli interpreti (i “burocrati””) dei faticosi meccanismi e bilanciamenti liberaldemocratici. Con promesse suadenti, che solleticano gli appetiti individuali anche dei più ligi, come l’anticipo della pensione per chi ne godrà magari per trent’anni, l’ideologia nuova ha spazzato gli argini e travolto le resistenze. Il populismo, per chi ancora lo teme e lo avversa, non è il termometro ma la malattia dell’Italia democraticamente alla deriva.

So che suonerebbe molto più di tendenza una interpretazione opposta: la colpa è nostra che non abbiamo saputo vedere il disagio e le angosce, che non abbiamo saputo offrire prima le risposte, che abbiamo ecceduto in personalismi, che siamo stati troppo proni o troppo polemici con l’Europa, che abbiamo dato troppi bonus a chi in realtà chiedeva superbonus. Che abbiamo offerto la crescita economica e occupazionale attraverso il recupero di produttività e il sostegno all’export mentre i lavoratori chiedevano la protezione immediata dei loro posti di lavoro con i dazi. Che abbiamo ridotto gli sbarchi chiedendo aiuto ai libici e tentando di salvaguardare standard compatibili con regole di rispetto giuridico e di umanità, mentre gli elettori volevano la promessa di Salvini di una espulsione immediata degli africani. Dire che il popolo si prende la scena perché le élite hanno fallito, come fa Salvini, è molto facile oggi.

Hanno avuto i voti e governeranno, ma prevedo che manterranno il consenso anche dovessero fallire sulle promesse: la storia recente mostra come il registro della propaganda ideologica e nazionalista, ben giocato, possa fare premio su risultati deludenti o negativi. Per questo, se il Governo non dovesse implodere nell’immediato per ragioni contingenti o personalistiche, l’alleanza di governo contrattuale si cementerà fino a diventare alleanza politica stabile, anche al nord. La pistola di Forza Italia si scaricherà di fronte alla possibilità che il M5S entri nelle giunte regionali e comunali, dove si consumasse prematuramente la rottura del centro destra.

Questa alleanza è fatta per durare a lungo. Lo scontro tra questa maggioranza e un’altra composita in chiave repubblicana ed europeista sarà il new normal di questo avvio di Terza Repubblica. Salvini e Di Maio rafforzeranno la compattezza delle proprie truppe nello scontro con l’Unione europea – almeno fino alle prossime elezioni per il parlamento di Strasburgo che potrebbero decretare una maggioranza antieuropea nello stesso europarlamento e una Commissione di stampo assai differente dalla attuale. L’azione di governo sarà un po’competitiva e un po’ solidale, un po’ cinica e un po’ paternalista: gli elettorati, alla fine, si scopriranno molto più affini di quanto essi stessi pensassero e un nuovo, compatto, polo maggioritario populista si sarà così definito.

Ad esso ci si potrà opporre aspettando fiduciosi che (non troppo presto) “gli italiani capiscano di avere sbagliato”, magari vedendo lo spread salire, la crescita arrancare, la legge Fornero resistere, la Tav proseguire, e il reddito di cittadinanza trasformarsi in un semplice rabbocco del sistema di sussidi sociali. Oppure progettando e realizzando una alternativa repubblicana in nome dell’Europa. Provando ad unire, in tutto o in parte, forze, personalità ed elettori di varie generazioni, fino ad oggi eterogenei e sparsi tra FI, il PD e le altre forze di centro e di sinistra, ma con una condivisa visione del futuro dell’Italia legata all’apertura e all’integrazione europea come motore rinnovato di libertà, sicurezza e crescita, in un mondo in cui l’Italia isolata diverrebbe solo soggetto delle politiche altrui.

Una alternativa da rendere potente e attraente superando ogni understatementcomunicativo, anche grazie al ruolo propagandisticamente comodo dell’opposizione. Ancora una volta potremmo assistere all’eterogenesi dei fini delle nuove leggi elettorali e vedere una legge proporzionale provocare un effetto maggioritario e bipolare nell’assetto partitico italiano.

Accadrà? Non lo so, naturalmente. Ma per chi voglia cogliere la potenza della rivoluzione politica in atto oggi in Italia, e magari dall’Italia in Europa, d’ora in poi nulla sarà uguale a prima e dunque nulla è impossibile.

 

Benedetto Della Vedova

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