Un Paese senza crescita, un Governo senza bussola

La reazione alle censure dell’Ocse contro le scelte di politica economica dell’esecutivo appartiene al più tradizionale repertorio del vittimismo tricolore. Come accade da anni con l’Unione europea, qualunque organizzazione internazionale – dagli organi di cooperazione alle agenzie di rating – parli della situazione italiana, descrivendola in modo realistico e severo, viene automaticamente annoverata tra i nemici del popolo e accusata di essere la causa degli effetti che denuncia.

Nelle parole di Di Maio contro l’Ocse: “Qualcuno seduto su una scrivania lontano migliaia di chilometri crede che l’Italia per ripartire debba attuare politiche di austerity? Bene, le facessero a casa loro!” riecheggia lo stesso surreale ribaltamento della realtà che ha portato purtroppo i populisti al governo contro l’austerità imposta da Bruxelles e Francoforte. Non è la situazione del debito e la scarsa crescita a imporre una più stringente disciplina finanziaria. Non sono le previsioni disonestamente ottimistiche sull’andamento del ciclo economico a sabotare l’equilibrio del bilancio pubblico. Non è il voto di scambio legalizzato di quota cento e del reddito di cittadinanza – le misure simbolo dell’esecutivo – a dare l’impressione – e anche più dell’impressione – che il governo pensi a governare non solo senza, ma contro la crescita. La colpa è di chi frustra le speranze, di chi dissolve le illusioni, di chi svela i bluff dell’esecutivo.

Ancora assistito da consensi significativi e ampiamente maggioritari, il Governo italiano naviga a vista, senza bussola e senza direzione. Ma non sopporta che glielo si faccia notare.

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